Un pò di autopublicità (ancora)

Agosto 14, 2008

Nel ricordare ancora la mia serissima ricerca di lavoro anche free lance, come editor e/o come articolista, e ritornando a dare la mia mail: fabio.orefice@hotmail.it, vi faccio leggere una delle mie posesie, quella che la rivista letteraria ‘Ellin Selae’…

Banalogy

 

 

Banalogy; A prezzo speciale

Banalogy; E’ un presidio medico chirurgico

Banalogy; Tenere fuori dalla portata dei bambini

Banalogy; Per un sorriso smagliante

 

Banalogy è tenuta forte per pelli delicate

Banalogy è mangiar meglio per vivere in forma

Banalogy è living innovation!

 

Pistola calda puntata su di te, foglie morte sui piedi bagnati

Onde vive per darti la pace, teste calde messe tutte quante al muro

 

Banalogy è mettersi in testa un’idea meravigliosa!

Banalogy, dà più luce alla tua vita!

Banalogy, abitare il futuro respirando il passato

Banalogy, Attenzione…Caduta dei prezzi!

 

Indossala per non infeltrire, vivila per poi appassire

Smetti di chinare il capo, e resta ben genuflesso

 

Banalogy, potrebbe essere qui dietro l’angolo!

Banalogy, Energia per anima e corpo

Banalogy, ritrova la tua autonomia

Banalogy, ritardante per lui e stimolante per lei

 

Banalogy è pervicace ipnosi a basso contenuto calorico

Banalogy è la marcia incessante per trovare la naturale regolarità

 

Così segui la marcia, obbedisci e resta oligominerale

Così segui il suo richiamo, e sarà la tua birra!

 

Banalogy, i tuoi numeri in diretta!

Banalogy, il tuo lavaggio testato clinicamente!

Banalogy, la nuova fede più conveniente!

Banalogy, bevila, fuggine o falla più tua

Banalogy, puoi non crederle, e se ti troverà sarai estraneo a questa massa

Banalogy, è tutto intorno a te!

Banalogy, costruito intorno a te!

Banalogy, i suoi adepti eterni, i nostri inverni, saranno su tutti gli schermi

 


A proposito di libri

Agosto 14, 2008

Due consigli per chi non ama farsi racchiudere nel solito stereotipo del lettore medio convenzionale da ‘ombrellone’. Due titoli, completamente diversi tra loro, per chi invece ama essere sfidato e stimolato dalla lettura, perché sa che d’estate il riposo è del corpo e la mente, rispetto alla quotidianità del resto dell’anno, deve solo cercare stimoli diversi, non certo spegnersi… a proposito un annuncio personale: attualmente vivo a Roma, ho creatività da vendere, scrivo, ho un master in editoria, e ho fatto già pratica come editor e correttore di bozze e… cerco lavoro, anche collaborativo, ossia da free lance, datemi idee, peggio espresse sono e meglio e, e ve le rimpolperò a dovere. Questa è la mia mail; fabio.orefice@hotmail.it, sarò poi io a contattarvi telefonicamente nel caso… Una prece, e spero che basti come deterrente; astenersi piccoli idealisti romantici senza mezzi ed esperienza opportuna, basto a me steso in quel senso, ed ho bisogno di chi possa stimolarmi e farmi crescere professionalmente, a buon intenditor poche parole. Ma ora, a proposito di libri…

ACQUA STORTA

 

 

ACQUA STORTA dell’esordiente Luigi Romolo Carrino (Meridianozero − 10,00 €) esterna luoghi, suoni e personaggi borderline dal sapore ruccelliano, ravvisabili a partire dai due protagonisti; il figlio del Boss che con risolutezza porta avanti affari e onorabilità della famiglia e il suo gregario, nonché  amante. I due portano avanti la loro storia d’amore storta all’insaputa di quel mondo brutale e anacronisticamente sessista. A fare da cornice inganni, storie di droga, omosessualità clandestina e ostentata e lotte per la supremazia. Il tutto raccontato con vulnerabilità e credibile innocenza di chi fa del dolore e della brutalità la propria condizione ordinaria.

Un affresco amaro in cui Ragioni di Anti-Stato e Sentimento trovano terreno di contesa grazie a frasari concisi, veloci e assassini più dei proiettili. Uno squarcio scomodo, imbarazzante e commovente di realtà.

Perfetto per chi avverte la necessità di trovare una storia nell’immobilità opprimente e torbida del reale in cui tutti vogliamo sapere tutto all’istante. Da leggere.

 

                                                                                                             FABIO OREFICE

ACQUA STORTA

 

 

Dickotomìe E Lacrime:  Scorrete lacrime, disse il poliziotto”

− Philip K. Dick  e l’insostenibile leggerezza dell’Io −

                                         

a cura di Fabio Orefice

 


Carlo Pagetti, professore di lingua e letteratura inglese all’ Università di Torino, nonché “vate” della fantascienza e dei suoi risvolti culturali, ha scritto la prefazione a “Scorrete lacrime, disse il poliziotto” di Philip K. Dick, riedito pochi mesi fa dalla Fanucci (che in occasione dei venticinque anni dalla scomparsa, sta  ripubblicando l’intero catalogo del criptico autore americano). In essa ci fornisce le spiegazioni più lucide e rivelatrici su questo importante capitolo della narrativa fantascientifica, che lo stesso autore non esitò a definire con orgoglio << my Doubleday novel>>. 

   In un futuro non troppo lontano da Noi per cronologia e sfondo, Jason Taverner è un celebre cantante e show man televisivo. Un giorno, mentre la sua vita di glorie e successi continua a scorrere tra applausi, dirette TV, fan e corteggiatrici talora ossessive, finisce in un baratro inatteso, il peggiore che chiunque, specie qualcuno nella sua posizione di << Celebrità >>, possa immaginare di vivere: Taverner diventa, senza alcuna apparente spiegazione, un perfetto sconosciuto.

In questa realtà “orwelliana” in cui il dissenso − esemplificato dai gruppi di studenti universitari clandestini − è bandito e perseguito come un’ “anomalia del sistema” (perfetta metafora della repressione “maccartista” messa in atto dal Governo USA e dalla CIA tra i ’50 ed i ’60 e che causò non pochi problemi ad intellettuali outsider come Dick, in termini di emarginazione sociale e paranoie), e dove vige un ferreo sistema di controllo marziale,  Jason è ora un fuggiasco, un “estraneo alla massa” perso in un reale del tutto simile a quello che costui conosceva… tranne per il fatto che nessuno ha più memoria di lui.

  D’accordo con le riflessioni di Pagetti, si osserva quanto Taverner sia l’esemplificazione del dio greco del vino e dell’estasi dei sensi Bacco, in quanto rappresentante di un universo, quello dello spettacolo, fatto di vanità, perdizione, piacere ed autoreferenzialità spinta ai confini dell’egomanìa. Ed anche quando  il mondo, il Suo mondo, soffre di mono-amnesia verso di lui, egli continua ad essere la trasfigurazione del dio Bacco, ma nell’accezione di icona osannata della dissolutezza, eppure emarginata da un “regno” basato sull’ordine e la disciplina. Qui entra in gioco l’altra figura chiave della storia: il <<poliziotto>>, ossia il generale Felix Buckman, colui che con maggiore alacrità ed efficienza darà la caccia al non identificato Taverner. Buckman, sempre secondo l’esaustiva analisi di Pagetti, è invece la rappresentazione di Re Lear. Proprio come il sovrano shakespeariano, infatti, costui si fa autorità intransigente e morigerata in un Paese precariamente sorretto da una dittatura che è sempre sul punto di cedere alla corruzione, al narcisismo e ad ogni cosa in cui piacere violenza siano ormai fusi assieme.

  Per quanto riguarda la mia esegesi, il protagonista si ritrova chiuso in una sospensione soffocante tra essere e non essere. Lo “straniero”   quale miglior’ termine per spiegare la condizione apolide, interiore e fisica, di Taverner − si ritrova avvinto ai margini di un sistema dove chi sei viene definitivamente misurato in base a come e quanto appari sugli schermi televisivi. Ecco il punto, il significativo “subplot” di Scorrete lacrime: la frammentazione dell’Io nel mondo moderno; Jason Taverner è in bilico tra apparenza e contenuto, percezione pura ed interiorità; si fa “ambasciatore” dell’uomo che da sempre tenta disperatamente di lottare contro le ombre spaventose delle pure apparenze e delle proprie insite debolezze; ombre che di volta in volta si manifestano attraverso la religione, le convenzioni sociali, la retorica, o i mass media. Per tale ragione l’uomo Jason non può prescindere dal personaggio che conduce il <<Jason Taverner Show>>.  

  Svettando fulminei attraverso pagine e parole come i <<cavilli volanti>> sui tetti luminescenti dei grattacieli, scopriamo, quale che sia il finale, che Io è solo una definizione di comodo, un prisma insanabile forgiato purtroppo più dalle percezioni esterne che dalle caratteristiche personali innate; Io è una contesa ormai impari tra la libera scelta ed un TV color che non si spegne mai. A causa dell’ esasperato progresso che incatena d’assuefazione il libero arbitrio, l’autocoscienza scorre via come un flusso inarrestabile che anziché rompere gli argini delle imposizioni e dei “totem” ne rimane soffocato, lasciando che in essi anneghino anche le minime certezze sul proprio essere. Ed allora <<scorrete lacrime>> .             

 

 

 


Batman – Il Cavaliere… Oscura

Agosto 14, 2008

il cavaliere oscuro

il cavaliere oscuro

” O muori da eroe, o vivi tanto a lungo da diventare il cattivo “

 

 

Forse la frase più rivelatrice dell’intero plot creato da e per i fratelli Nolan ( Chris quello regista, già dietro la cinepresa, e la penna, per il precedente Batman Begings, oltre che per Insomnia, Memento, The Prestige…) che nel multimilionario (per costi ed incassi record) Batman The Dark Knight, secondo episodio dopo il prequel Begings del 2005, quinto in tutto se si parte dalle due gothic novel di Tim Burton, ci riporta nella gelida e tumultuosa Gotham City ( Per buona parte ottenuta tra Chichago e Londra) un anno dopo i fatti narrati in Begings.

Nell’episodio del 2005, ispirato al primo ‘fuori collana’ dell’Uomo Pipistrello creato a fne anni ottanta da Frank Miller ( la serie Dark Knight appunto) abbiamo visto, tra salti avanti ed indietro nel tempo, la genesi dell’eroe in nero: dal trauma della morte dei suoi genitori, magnati dell’alta borghesia di Gotham City, al desiderio distruttivo di vendetta coltivato negli anni della sua difficile gioventù, fino al viaggio quasi ascetico nella Cina Meridionale in cui, dopo aver vissuto come un vagabondo criminale per comprendere la mentalità deviata e sfidare la paura di ciò che non ha mai davvero conosciuto e provato, si ritrova, non per caso, alla corte del templio della Setta Delle Ombre, temuta confraternita ninja che abbatte tutto ciò che è corruzione e crimine con ancora più furia e spietatezza del crimine stesso, guidata dal temuto mentore Rhas ‘Al Ghul ( in cinese “Testa Del Diavolo”, che ha il volto affascinante e carismatico di Liam Neeson) e dove il giovane e confuso Bruce Wayne ( perfettamente incarnato dall’atletico e cupo attore inglese Christian Bale) impara a dominare le proprie paure, e dopo un lungo e faticoso addestramento in cui Rhas lo inizia alle arte del judo, del ninjizu, e di varie arti marziali che servono a rivolgere con illusionismo ed agilità la forza dell’avversario contro di esso, l’allievo, il migliore della setta grazie anche alla rabbia che lo spinge, rifiuta però come rito d’iniziazione quello di giustiziare un ladro. Dopo un furibondo scontro Wayne riesce ad avere la meglio distruggendo il templio e tornando finalmente a Gotham dopo sette anni. Grazie all’aiuto del fidato e saggio maggiordomo di famiglia Alfred ( che ha il volto e la sagace ironia di Michael Caine) riprende le redini della compagnia fondata dal padre, la Wayne Enterprises, iniziando lentamente a ridarle un vero ruolo guida avveduto e magnanimo di faro dell’economia della città. Questa la sua identità socialmente accettata di ricco playboy filantropo che aiuta la sua città dal punto di vista sociale e strutturale, ma non basta. Per arrestare e sconfiggere tanta dilagante ed endemica corruzione, frutto anche della crisi economica indotta da poteri forti e dal crimine, bisogna trasfigurarsi dalla propria umanità, diventare un simbolo, volgere il terrore usato dalla malavita contro la malavita stessa. Per quanto addestrato e votato ad essere solitario, Bruce si circonda, sempre in gran segreto, di alcuni alleati: il solerte Jim Gordon, dapprima sergente e poi tenente, inflessibile e incorrotto ( l’ecclettico interprete di Dracula di Coppola Gary Holdman); la sua più cara amica d’infanzia, il suo amore segreto, la bella, dolce e durissima assistente della procura distrettuale Rachel Dowse ( Katie Holmes); Alfred, la figura più simile ad un padre per lui; ed infine, l’arguto e sardonico scienziato ed ex socio ( infine rimesso in sella da Bruce) Lucius Fox ( l’eccezionale e simpaticissimo Morgan Freeman). Grazie a loro da vita alla figura di giustiziere segreto, incarnazione teatrale e spaventevole della paura, legata nel suo caso all’ancestrale terrore di Bruce bambino nei confronti dei pipistrelli ( ce n’è un intero nido nelle caverne sotterranee di Villa Wayne, quelle segrete in cui poi sarà creata la Batcaverna). Nasce così, tra arti marziali, gusto per l’illusionismo e la pantomima, avanzatissime tecnologie militari ( per lo più create da Fox, come il mantello che può assumere forme rigide e diventare quindi anche un aliante o la macchina computerizzata e super corazzata usata poi come batmobile) il temibile Batman. L’uomo Pipistrello, che da subito riesce a mettere alle strette il crimine di Gotham ritrovandosi infine a sfidare il redivivo Rhas ‘Al Ghul, deciso a vendicarsi di Bruce e ad abbattere Gotham ormai irrimediabilmente corrotta, è il vero volto di Wayne, ciò che egli è diventato negli anni in cui, lontano dalla sua città, ha vissuto nel fango e nella disperazione, apprendendo infine la differenza e la sottile linea di confine tra vendetta e giustizia intesa come equilibrio e armonia. Non è solo un simbolo, la vera maschera è quella che Wayne usa per mandare avanti con dignità il sogno dei suoi genitori di aiutare la città con la propria impresa e le risorse economiche, quell’ identità, realmente fittizia, che egli vive di giorno come dissoluto scapolo altolocato. In entrambi i casi, sia come Bruce sia come Batman, il punto comune tra i due alter ego è il senso di solitudine; Bruce si comporta da viveur, Batman aiuta la giustizia ma non rivelandosi suscita anche diffidenza, e il suo ruolo di “Cavaliere Moderno” lo rende vincolato a un codice d’onore che non gli permette di mettere a rischio la vita di altri che potrebbero stargli accanto ed aiutarlo. Un film lontano dall’atmosfera fumettistica, realistico, cupo, e pieno di simbolismi, riflessioni sulla vita e la contraddittorietà dell’animo umano, e soprattutto sui temi della paura e della linea di demarcazione tra giusto e sbagliato.

Tutto questo è ripreso e magistralmente amplificato nell’attuale episodio in giro per le sale, The Dark Kngiht, ambientato nella Gotham di un anno a seguire. Una città in cui la presenza di un giustiziere mascherato scatena da un lato fenomeni di mitomania ed emulazione, dall’altro un più diffuso senso di sicurezza dei cittadini. Il film è uno splendido intreccio narrativo che mette insieme noir, poliziesco, thriller psicologico colmo di riflessioni vecchie e nuove: il confine tra vendetta e giustizia, l’ipocrisia borghese e il senso di superiorità di chi soltanto grazie alle circostanze fortunate della vita si ritrova ad essere un buono, un giusto. L’oscurità, la morte, la mortalità ed il senso della perdita (di valori ed affetti) sono le caratteristiche dominanti di questo mondo asssolutamente moderno ed attuale dove trova spazio anche la globalizzazione (quando Batman arriva fino a Tokyo per recuperare un ragioniere della mala pieno di informazioni utili alla caccia al crimine gothamita, con azioni rocambolesche che ricordano Entrapement e 007) e in cui, a richiamo delle ultime guerre per la democrazia mosse dagli Stati Uniti, l’eroe non esita a tenere sotto controllo le comunicazioni dell’intera città pur di arrivare ai malviventi ( si parla addirittura di intercettazioni tramite cellulari utilizzati come sonar!). Ma non è la sola scivolata per un eroe, sempre più vicino a tratti ad essere anti-eroe: messo alla prova direttamente, con minacce alle persone a lui care, Bruce/Batman sembra scordare i suoi stessi insegnamenti, quelli grazie a cui altri cittadini si sono sentiti ispirati verso il bene, e cade nella brutalità più arbitraria e furente. Questa però è solo la punta dell’iceberg: se a combattere il crimine a mani nude e senza confini di giurisdizione e nessuna regola tranne il non uccidere ( che potrebbe però essere infranta da un momento all’altro) c’è Batman, in trincea, a sporcarsi le mani lavorando con solerzia e sobbarcandosi dall’altra parte tuto il peso di una vita onesta, normale e senza riconoscimenti a parte degli encomi simbolici c’è invece il tenente Jim Gordon (che infine diventerà qui commissario), e infine, fuori dai vincoli di una maschera e soprattutto grazie a condizioni di vita fortunate che gli hanno concesso di avere anche tanti appoggi politici da poter avere il tempo di coltivare alti ideali morali, c’è il nuovo, carismatico, ispirato e temutissimo nuovo procuratore distrettuale Harvey Dent ( il bell’Aaron Heckart, già in Harin Brokovich e soprattutto Thank You For Smoking) dalle cui labbra pende fiduciosa, più che nell’Uomo Pipistrello, l’intera comunità di Gotham, soprattutto la sua giovane assistente e nuova fidanzata Rachel Dowse ( la migliore amica di Bruce e tra le poche a conoscerne il segreto, e di cui Wayne è ancora innamorato; stavolta nei suoi panni Maggie Gyllenhal, già in Monnalisa’s Smile e Vero Come La Finzione). Tutti e tre, non fosse per maschera e mantello del cavaliere, sembrerebbero davvero una squadra di Law & Order, il celebre serial poliziesco. Tre volti diversi della giustizia, tre storie umane, ma anche tre fragilità che saranno toccate ognuna nei propri punti deboli dalle forze del male, a loro volta divise in tre inquietanti facce: quella ben nota del crimine organizzato, la famiglia, messa ormai all’angolo da Batman, Gordon e Dent; la corruzione di uomini di potere o di alcuni rappresentanti delle forze dell’ordine conniventi con la mala; ed infine, nemesi di Batman, altrettanto teatrale e letale, e come lui outsider della società, il più lucido degli psicopatici, l’uomo dal sorriso folle impresso nella carne del viso a causa di deformanti sfregi ed accentuato in maniera grittesca con del trucco sbavato da clown, il Joker, magistralmente interpretato dal compianto Heath Ledger, capacissimo di rubare la scena a tutti ed Oscurare l’Oscuro Cavaliere. Il Joker è diverso da tutti, folle, imprevedibile e senzza regole. Come egli stesso si definisce un agente del caos. Sarà lui come un vero e proprio terrorista a scatenare follia a Gotham, creando di volta in volta situazioni ordite come esperimenti sociali su larga scala volti a seminare il panico e mettere alla prova i valori di tutti, quello dei cittadini onesti per la giustizia e la carità, dei criminali comuni per il potere ed il denaro, e dei tre eroi giustizieri, minati nella propria convinzione di essere i baluardi assoluti di ciò che è giusto difendere e soprattutto portati ad un punto limite (per qualcuno di non ritorno…) in cui è l’umanità a sopraffare e capovolgere il ruolo. Fantastica la scena d’apertura del film, un’azione che porta già la firma di Joker; una concitata rapina in pieno giorno e per giunta in una banca della mafia dove i complici si uccidono tra loro per ridurre le fette da spartire, e che per ambientazione, idea, fotografia e suspance da la sensazione di essere entrati nella sala sbagliata, magari a vedere un film di Tarantino, o Brian De Palma, o Michael Mann o John Whoo! No, è la mano di Christopher Nolan, capace di creare atmosfere di suspance ed azione drammatiche, quasi operistiche, e di far prevalere la psicologia anche nei momenti di grande azione, inevitabili dopo le grandi aspetative create dal successo di Batman Begings del 2005. Ma il film, nessuno dei due, diventa mai un blockbuster né un fumettone, tutt’altro. Colpi di scena, battute significative delle contraddizioni della nostra società e dell’eterna lotta che non è tra bene e male, ma tra cuore ed ego, dovere morale ed istinto irrefrenabile. E poi azioni e sorprese ad alto tasso di inventiva ma sempre ben ancorate a spiegazioni credibilissime, momenti rocamboleschi, ironia a profusione ( buona parte del cast è britannica e si sente… per fortuna!) ed anche significative speculazioni non solo sulla morale, l’ordine sociale cui ci appoggiamo per sentirci sicuri e salvi dai nostri istinti più distruttivi, o sulla motre, ma anche sull’amore, le sue implicazioni e difficoltà, soprattutto quando esso è minato da segreti importanti e pericolosi. Altro che fumetto, siamo di fronte ad un concept ricchissimo, umanissimo, e dove ben pochi sono i punti deboli, semmai in alcuni momenti d’azione fin troppo spericolati o, almeno per quanto riguarda la visione del fil in Italia, il deludente ed inopportuno doppiaggio dell’eroe Batman affidato a Claudio Santamaria; per carità, un bravo attore, ma laddove Giannini Juonior riesce donando la giusta schizofrenia consapevole e rendendo ancor più maliardo Joker, Santamaria ( Madre di Dio!… a sentirlo parlare dalle labra di Bale!) fa perdere la profondità, il senso di misteriosa ruvidità al cavaliere oscuro che invece la voce originale di Christian Bale ( aiutato da quell’inconfondibile accento forbito e naturalmente teatrale degli inglesi) rende magnificamente!

Alla fine, Dark Knight non perde un colpo dal primo fotogramma all’ultimo, guidando lo spettatore attraverso le evoluzioni psicologiche dei protagonisti, riconoscendosi in esse in modo inquietante. Un crescendo di quasi tre ore di adrenalina pura e phatos, con una parte finale da mozzare il fiato ed una conclusione angosciante e da brivido. Non stupisce che il film ‘oscuri’ ogni precedente record d’incassi; una delle rare occasioni in cui un film meriti di diventare un successo commerciale e in cui ci si possa lasciar andare all’ammirazione per un fumetto senza sentirsi per questo nell’imbarazzo di doversene giustificare!   'Mettiamo un bel sorrisso su quel faccino!'