La stessa canzone di sempre

Marzo 6, 2007

Appena domenica scorsa ho scritto della stessa medesima canzone, un grido di rabbia e un desiderio di pace, che parte da un fatto reale specifico ed assume un valore universale, da inno senza tempo, nello specifico, ‘Sunday Bloody Sunday’ degli U2, sul dramma della guerra civile in Irlanda del Nord…ma che oramai è riconducibile alle esperienze di repressione e sangue di molte altre storie,storie che si ripetono sempre, e che fanno sì che una canzone come questa(‘Per quanto, per quanto dovremo cantare questa canzone!?’urla ancora oggi dal palco Bono) debba ancora essere ripetuta, o meglio il suo concetto. E così eccoci ad oggi; terribile rappresaglia dei Marines(ieri) nei confronti di civili come risposta ad un attentato; le Nazioni Unite che cercano l’azione congiunta degli afghani contro i talebani(che a breve si preparano a raccogliere i loro rigogliosi campi di papavero da oppio in piena fioritura, da esportare come droga in paesi compiacenti, come sempre!), e oggi, con il voto del Parlamento sulla fiducia al rifinanziamento della guerra in Afghanistan, il giornalista di ‘La Repubblica’ Daniele Mastrogiacomo, dal 28 febbraio scorso proprio in Afghanistan, vicinissimo al covo, pare, del Mullah Omar, che viene rapito proprio dai Talebani. Vi prego, come in molti altri casi, si tratta di un cittadino, di un professionista che ha lasciato le comodità di casa per andare oltre la notizia precotta e si è messo a rischio per il bene sacrosanto dell’informazione: per favore, non macchiatevi di quest’altra vigliaccheria, con una lunga serie di barbarie alle spalle state solo continuando a perdere credito agli occhi del mondo, ormai anche degli stessi afghani! Anche l’Occidente si sta macchiando di continue brutalità sanguinose e non solo contro di voi, ma voi continuate ad approfittare del dolore e dell’ignoranza del vostro popolo per perpetrare solo barbarie e morte, ed intanto continuate a fare i vostri affari tra armi e l’oppio coltivato nelle vostre stesse piantagioni, continuando ad usare le armi del terrore xenofobo verso di noi per fomentare la minaccia armata, proprio come l’Iran.L’America ha cominciato, la Gran Bretagna ha appoggiato e noi stessi abbiamo taciuto…ma voi avete ben imparato a sfruttare le stesse identiche modalità di terrore.Terrorismo è un concetto assai labile e manipolabile, una parola di cui tutti hanno abusato, così come tutti, alla fine vi hanno fatto ricorso.Liberate Daniele,e poi, mi auguro, che semmai ancora adesso ci fosse il coraggio di votare la fiducia, il Governo Italiano, dopo un’immeritata salvezza in extremis, ci cada sopra…Definitivamente!


per chi si fosse perso le iene

Marzo 5, 2007

Allora, piccola,grande,GRAVE, informazione che non deve passare così, eh no: per chi si fosse perso la prima parte de Le Iene su Italia Uno, c’è stato  un servizio, curato da Andrea Pellizzari(mister Brown, per capirci..), riguardante l’ormai ben nota polemica dei DICO…I deputati ne usufruiscono già, e da ben dieci anni! Già, perché tra le varie agevolazioni di cui questi signori usufruiscono(oltre alle costosissime ‘consulenze’ di avvocati, giovani rampanti di loro conoscenza e ‘amici, aumma aumma’, ed alle inutili-spesso almeno-macchine blù per sfrecciare sempre e dovunque mentre i comuni mortali patiscono il traffico) nel campo sanitario, pagando una quota periodica, i nostri parlamentari ottengono i totali rimborsi sanitari per se e per la persona che la legge definisce ‘more uxorio’, ossia un soggetto giuridico(attenzione, con tale definizione si intendono cittadini con pari diritti, senza distinzioni di sesso!) convivente col beneficiario delle agevolazioni e che, dopo tre anni di convivenza, è per la legge il coniuge ufficiale…Dico, dico…Un piccolo post scriptum sulla brusca (non) risposta alle interviste di Pellizzari data dalla Onorevole Santanché(Alleanza Nazionale); tra l’essere un parlamentare, o un politico in genere, al servizio dello Stato(quindi anche dei cittadini comuni, innanzitutto, dato che lo stato è res PUBLICA!) solerte, dedito al lavoro, con una propria dignità e compostezza, che non ama perdersi in chiacchiere o dietro la satira provocatrice, e che magari ha un temperamento forte, ed essere una emerita st””za che si barrica dietro il proprio ruolo per non accettare un contradditorio che avrebbe il solo scopo di dare spiegazioni a noi contribuenti, bé ce ne passa accidenti! C’è ancora chi non ha capito che anche la satira televisiva( e qua parliamo di Mediaset, e della sua rete seguita dagli elettori ancora indecisi, i giovani!) è un media di confronto e di pubblico servizio con una fortissima risonanza sociale! Di contro, cari colleghi e coetanei lavoratori precari ed a progetto rincuoratevi(si fa per dire!), non siete soli!Pensate che per ogni deputato che sfrutta privilegi che essi stessi negano al popolo, ci sono persone(giovani e speranzose come voi) che lavorano per loro e che, come voi, noi, non hanno contratti regolari! Già, perché quasi tutti i portaborse e collaboratori vari dei politici non vengono dichiarati, e prendono in nero e senza contributi, facendo per altro, un lavoro anche assai faticoso.E tra i suddetti politici ce ne sono anche tanti di quelli che deprecano la legge Biagi e tuonano contro il precariato che questa ha purtroppo favorito.Bene, anzi, Malissimo!


Marzo 4, 2007

Una canzone che si riscrive di continuo:era il 1983, e l’Irlanda del Nord era ancora insanguinata dal conflitto tra cattolici e protestanti, separatisti che protestavano contro la presenza militare britannica, ed unionisti, o meglio orangisti.Due anni prima, nel 1981, Bobby Sands si era lasciato morire nelle carceri inglesi di fame per protesta( non violenta),e da allora si formò il movimento Sandinista(titolo anche di un celebre disco molto politico dei Clash, alfieri britannici del punk dal risvolto più palesemente impegnato). La storia relativamente recente di un conflitto che ha radici antiche; l’Irlanda, terra di favole, miti pagani e tribali, spiagge e coste frastagliate e antiche tradizioni, quelle dei celti, che poi nel medioevo si sono incrociate e fuse col cattolicesimo.Una storia di guerre, rivoluzioni, e massacri che cominciò con il re inglese(dunque protestante) Guglielmo I D’Orange e la sua(sanguinosa) campagna di colonizzazione dell’Irlanda, che da allora è divisa in due parti nette, con il Nord(capitale Belfast) formato da una serie di contee(come Derry o Tyron) in cui ogni cosa, la birra preferita, gli scacchi, la squadra di calcio del cuore, così come la professione di fede, è un simbolo, una dichiarazione di schieramento.Una storia, quella dell’Irlanda, che ha a che fare con i moti indipendentisti ed anticolonialisti sorti, dopo anni di carestie, conflitti e fame, in tutta Europa nel 1848, ispirati ai principi illuministi della Rivoluzione Francese, e sfociati incontrollabilmente in una serie di brutali guerre civili: come conseguenze immediate, oltre ad esecuzioni ed arresti, si ebbero masse in fuga, tra civili e rivoluzionari, oltre Oceano, sfidando malattie ed ore di traversata, per andare in America, portando con se la Bibbia, la Fede, il desiderio di riscatto e libertà, ed un profondo senso di dolore, dando così vita al primo retroterra culturtale che ha creato il folklore statunitense, ed in questo nessun popolo ha dato più dell’Irlanda(i Kennedy sono considerati la Famiglia Reale Irlandese!). Una idea, una fede, uno stile di vita che, per far prevalere il proprio punto di vista, mette avanti ad ogni cosa le armi, deprezzando il valore della vita,e, peggio, usando il vessilo della Fede.E’ così dalle crociate, dalla scoperta dell’America ed i massacri degli indiani e dei pellerossa, era così al tempo dell’Imperialismo militare Britannico(Indie, Australia,Irlanda), e così oggi con le nuove ‘terre dell’oro(nero)’, il Medio-Oriente, l’Africa. Era il 1983, e gli Irlandesi(del sud) U2 intonavano con la rabbia dell’indigniazione la loro ‘Sunday Bloody Sunday’, annunciata nel testo dalle parole ‘Non posso credere alle notizie che leggo oggi, non posso chiudere gli occhi e mandarle via.Per quanto dovremo cantare questa canzone?! Per quanto!?’.Così gli U2 davano voce all’esasperazione di una generazione stanca di settarismi e conflitti,e davano voce anche alla loro personale presa di consapevolezza della storia e dei drammi del loro paese, un lungo viaggio culturale a ritroso che per loro è passato attraverso l’America, le sue comunità di immigrati(non solo irlandesi) e le storie di massacri e repressioni che all’Irlanda l’hanno poi accomunata. Sunday Bloody Sunday era una canzone di pace intonata come un grido marziale di battaglia, una inno che ha avuto un notevole impatto ‘pop’ diventando un fenomeno di costume, e dimostrando, in un’era di cinismo come gli anni ‘80, il valore dell’arte come catalizzatore sociale.Quella canzone è stata così fissata come testimonianza musicale della storia di un Paese, della cui cultura è ormai parte.Ma estrapolata dal contesto, andando oltre la genesi che l’ha partorita, una canzone ha un significato ben più universale, perché universale è, come ebbe a dire il filosofo Benedetto Croce, il ripetersi degli eventi nella storia. Oggi un ennesimo attacco degli indipendentisti iracheni contro la presenza militare americana, altro triste episodio di quel pantano militare, politico e strategico che è il medio-Oriente in cui si è(e ci ha) cacciato Bush, ed in Afghanisthan la situazione è identica, solo che, sgonfiata la bolla mediatica del dopo 11 settembre, se ne parla meno. In un clima teso in cui la prima superpotenza mondiale è ancora intenta a ripetere la scena del ‘Dottor Stranamore’ di Kubric in cui si vede Peter Sellers delirante nel cielo in sella ad un missile bombardiere, i morti tra i giovani soldati(che con la carriera militare speravano in un avvenire migliore per se stessi e la famiglia) sono pari ad un olocausto, lo stesso, del resto, che gli Anglo-Americani(gli stessi che c’hanno liberati dal fascismo?) hanno causato al Medio-Oriente, e in un momento in cui questi stessi paesi martoriati muoiono di fame e di malattia, e si continua a spendere per armi che li uccidono mentre gli stessi soldi potrebbero diventare cibo e farmaci, mentre accade tutto questo noi, con un governo che non si sa più cos’abbia di sinistra, continuiamo ad asservirci a loro allargando una base NATO…L’America è un grande e variegato paese, ma questa gente che agisce in nome della ‘democrazia’ non rappresenta tutti gli USA, lo sappiamo tutti, e non è di queste persone che l’America ha bisogno, e tanto meno ne abbiamo bisogno noi. ‘Per quanto dovremo cantare questa canzone!? Per Quanto!?’.


Marzo 4, 2007

Una valida alternativa al polpettone sanremese? una pasticca di prozac, la compagnia degli amici, uno spettacolo degno di essere chiamato tale…o entrambe le cose!(ovviamente mi riferisco alle ultime due, non al prozac). Ieri, serata di finale nella capitale dei fiori(e delle nature morte, a buon intenditor…) la compagnia era quella giusta…e pure lo spettacolo! Stò parlando della geniale rappresentazione de ‘La Casa Di Bernarda Alba’ di Garçia Lorca, andato in scena(ora è andato via, peccato!) al Teatro Nuovo di Napoli(dove noi, come Palconauti, abbiamo avuto il privilegio di portare ‘Shoah-L’odore di un ricordo’ neanche due mesi fa) , luogo perfetto per rappresentazioni come questa, che qualcuno di mia conoscenza definirebbe ‘Latelliana’; e a giusto titolo direi. La storia, già di per se molto forte, racconta del rapporto sotteraneamente astioso tra un gruppo di sorelle e la loro madre-padrona, Bernarda, la quale, morto il marito, assume le redini della famiglia, che si trasforma in un luogo claustrofobico dominato dall’autarchia materna, dal bigottismo cattolico(tanto forte in Spagna, ambientazione originale dello spettacolo, quanto nell’entroterra meridionale italiano, come quello campano, dove viene riambientato questa volta) dall’ipocrisia e dai desideri repressi delle varie figlie, che, partendo dal pretesto del matrimonio combinato della più ‘anziana’ di loro,Angustia, con il bel giovane del paese Pepé il Romano, sfocia in una vera e propria faida interna dalle sanguinose conseguenze. Geniale, davvero geniale, l’allestimento, essenziale, fatto di componenti mobili che vengono cambiati durante la rappresentazioni dalle attrici stesse; un mix che riproduce interni ed esterni della casa, chiaramente una masseria rurale, ed un sapiente uso di luci, proiettate sulle protagoniste e su di un pannello bianco usato come fondale, che, con le sinuose movenze delle interpreti, leggiadre come la loro voglia d’amore e poesia, o feroci come il loro astio ed il loro fuoco represso, creano incredibili suggestioni a metà tra la tragedia greca, il habuki giapponese,e, per collegarsi meglio all’ambientazione ‘meridionale’, la taranta. Poesia e ferocia di questo ‘Piccole Donne Versione Noir’ vengono ulteriormente risaltate dalla presenza di coriste, che tra tammorre e canti a cappella, diventano la rappresentazione dell’interiorità di queste donne, della collisione tra il ruolo che loro impone una società matriarcale in casa e maschilista fuori e la loro pura essenza di donne.  A volte sembrano spiriti fatati, come quelli delle antiche ‘tales’ folkloristiche che a suo tempo avevano infiammato l’immaginazione di Shakespear. Gelosie, amori, convenzioni e sangue, una violenta favola di dura verità, simile forse, almeno in parte, a ciò che molti paesi culturalmente fermi al XIXsimo secolo vivono ancora nel quotidiano. Attrici e coriste tutte, perfettamente in parte (anche se proprio da Bernarda, la bravissima Cristina Donaddio, ci si aspettava più incisività) e tutte simbolo di una femminilità, così come da sempre è raffigurata nella taranta, resa brutale ed aggressiva dalla cultura repressiva del maschio, da cui deve così difendersi, eppure ancora capace di sognare e bruciare di passione; rose profumate piene di spine.E poi, ultima grande idea, quella di rappresentare le malelingue, le maldicenze dei paesi, e dunque l’ipocrisia di una società nata all’ombra delle mortificazioni fasulle del cattolicesimo, con un insieme ‘audiovisivo’ di maschere di cartone affossate nel terreno(vera terra!) sul proscenio, ed un continuo e rumoroso accavallarsi(preregistrato ovviamente) di voci che civettano e sembrano sempre complottare, e così ben calate nell’idea del ‘parlare alle spalle’ da risultare ben più forti e corrosive delle scene di scontro e violenza fisica(che per la verità avrebbero potuto essere un pò più veritiere; a volte il teatro è finzione, altre volte infrange le sue stesse regole e diventa così fisico da rasentare l’offesa verso lo spettatore, e forse lì sarebbe stato il caso di infrangere le regole!). Nell’insieme, da non perdere!


Marzo 2, 2007

Carissimi, nella presentazione ho già spiegato che vengo da Napoli, o meglio, dalla provincia, esattamente da Melito, realtà non facile e non felice. La cosa mi tocca sempre in modo indiretto, ma non è una buona ragione per non preoccuparesene. Ora qualcuno potrà aspramente commentare che stò usando il blog per fini nepotistici, ma la cosa che stò per fare ha un peso ed un valore legato allo spirito del blog stesso, e va oltre il legame di sangue: Mario Orefice, mio fratello, laureando alla Carlo Bo’ di Urbino, e più giovane di me di sei anni, ha da poco iniziato un’attività part-time per il ‘ROMA’ come corrispondente della provincia. L’interesse che condividiamo; l’attenzione verso ciò che accade intorno a noi, nelle sfumature di tutto ciò che ha a che fare con il sociale. Lui ha scelto la via del giornalismo, ed io…bé, cempre di media di comunicazione si tratta. Quello che viene di seguito riportato è l’articolo della pagina della provincia che uscirà sul prossimo numero del ‘ROMA’, e riguarda da vicino tutte le problematiche strutturali più urgenti di un Comune, Melito appunto, da diverso tempo commissariato.Va da se che potete rivolgere sempre commenti o domande. Grazie dell’attenzione, spero che questo sia il primo di una lunga serie…

                                                         MELITO

 

              L’ANNO ZERO DI UN COMUNE CHE VUOLE TORNARE A VIVERE

 

Una realtà anacronistica,post-Unitaria.Questi gli aggettivi che potrebbero dare un’idea del modus vivendi della politica locale fino ad oggi.

Un legame profondo tra affari pubblici e privati,la percezione del ruolo di “servitore dello Stato” rovesciata in un asservimento del medesimo ad esigenze personali o,al massimo,familiari.La capacità operativa di un organo così importante come il consiglio comunale ridimensionata da sindaci accentratori di potere,al di là di ogni colore politico.

Insomma ,un quadro desolante quello dipinto nel corso della conversazione con l’attuale commissario prefettizio Vittorio Alfino.

Ex questore di Sanremo e Trento,uomo di lunga esperienza,egli è stato in grado di riconoscere problemi e necessità del paese,ma,anche e soprattutto,di portare soluzioni,risposte ai cittadini.

E qualcosa,in effetti, si sta facendo e si farà al fine di restituire ai suoi legittimi rappresentanti questo comune martoriato.Alcuni esempi.

Innanzitutto un piano di riorganizzazione interna dell’amministrazione che punti a razionalizzare il personale e ad elevare il livello delle competenze. La regolamentazione delle assunzioni dei vigili urbani e il reperimento di impieghi adeguati per gli L.S.U ,in osservanza a quanto previsto dalla legge finanziaria 2007.

Oltre a potenziare il controllo sul territorio,l’amministrazione transitoria ha anche  stilato ed imposto un nuovo contratto d’affitto a quei commercianti ambulanti che,oramai da anni,utilizzavano i box comunali per il mercato ortofrutticolo settimanale pagando delle cifre irrisorie.

Resta la ferma volontà di risolvere il problema della “monnezza”. Attraverso un lungo e faticoso braccio di ferro con
la Multiservizi  S.p.A  si è giunti alla stipula di un nuovo accordo sullo smaltimento rifiuti che ha garantito,tra l’altro, l’introduzione di un sistema per la raccolta differenziata mediante le famose  “campane ecologiche”.

Al fine di valorizzare la posizione strategica del paese e nella speranza di fluidificare l’intensa circolazione veicolare tra provincia e città  verrà,inoltre, approvato entro la fine del mese un piano alternativo per la viabilità.

Ovviamente c’è ancora tanto da rinnovare ed ancora di più da costruire.