Il senso di compimento; quando un intrico apparentemente difficile da dipanare si risolve, quando le metafore appaiono rivelatrici come un’epifanìa salvifica, quando un barlume di semplicità scioglie i dubbi. ‘La verità vi renderà liberi’, ‘la penna è più potente della spada’…frasi ormai standardizzate, semplici, vere, semplicemente la verità. La verità dichiarata con le parole, la potenza catartica di semplici parole per raccontare verità inenarrabili, mettere l’uomo a confronto col proprio potenziale ferino e distruttivo, fargli conoscere fino all’esorcismo il proprio lato oscuro: ‘homo homini lupus’, forse è davvero questa la natura umana, e il compito del letterato e dell’artista è far sì che egli riconosca questo suo insito dualismo, lo affronti, e così facendo contribuisca a creare una civiltà migliore, dignitosa, rispettosa. Ecco dove l’arte è catalizzatore sociale, dove lo spettacolo, come fece Brecht, scende dal palco e diventa ‘epico’, da ‘epos’, cioè capace di mettere radici nel tempo e nella storia, nell’attualità e nelle genesi storico-politiche che l’hanno scaturita, nell’animo umano, nella sua psiche e nel modo in cui i suoi parametri mutano in concomitanza con gli eventi reali. Questo è ‘Tango’, il bellissimo spettacolo-testimonianza(in giro con successo già da sette anni!) ora al ridotto del teatro Bellini di Napoli, diretto da Francesca Zanni. La scarna scena è un luogo onirico, senza un vero spazio-tempo, dove il potere della parola e delle semplici metafore ha modo di emergere con la purezza del suo significato più universale: due storie parallele ed apparentemente slegate, due luci e due diverse prospettive..una donna piena di passione che cerca rifugio nel peso e nella mutevolezza di significato delle parole, ed ha l’aria di fuggire da qualcosa…un uomo, che cerca senza soluzione una passione, che non fugge,invece, che non ha nulla da cui fuggire, non ha stimoli, eppure c’è qualcosa che fugge da lui…Due storie che, procedendo, sembrano mostrare due persone che hanno in comune le sole differenze, come due componenti differenti ma capaci di un aggancio in un qualche punto, come se le loro anime fossero costituite da due vuoti colmabili solo vicendevolmente; amanti? fratelli? Poi si inizia a chiarire il luogo, già suggerito discretamente ma non di meno passionalmente dalla musica, il Sud America, si capirà poi che siamo in Argentina. Ed ecco da cosa cerca di fuggire la donna; non già dalle passioni che l’hanno sempre infiammata, ma dalla privazione della libertà, dalla segregazione che si palesa al pubblico con la cruda, epica testimonianza ai limiti di un inquietante straniamento narrativo di una serie di ripetuti abusi,di una condizione carceraria.Lui, d’altro canto, è vittima della sua apparente libertà, la libertà di chi ha sempre avuto tutto, troppe sicurezze e dunque niente per cui arrovelare la mente, affilare le unghie e combattere, rodersi, avere una sana e positiva fame di ’spaccare tutto’, libero di muoversi in una prigione dorata, ma non così tanto: lui, capiamo, è figlio di un generale argentino golpista, che contribuì attivamente a creare l’oligarchia militare sanguinaria che negli anni ‘70 rovesciò il governo ed instaurò un regime basato sulla tortura, l’omicidio, la totale assenza di ogni forma di libertà, per cui, come in quasi tutto il centro e sud america, gli studenti universitari dissidenti venivano sequestrati, torturati e fatti sparire senza che di loro si avessero più notizie. Ora è tutto chiaro; la donna è una ex studentessa universitaria dissidente arrestata dal governo, incarcerata e torturata, e l’uomo è il figlio ormai adulto di un feroce militare che è tra i principali responsabili di quelle sanguinose barbarie subite da migliaia di persone come la ragazza…In un testo costruito in modo ineccepibile, con tutta la potenza di chi sa narrare le grandi cose con l’occhio sempre rivolto al lato umano e persino quotidiano delle vicende, lo spettatore vive in parallelo due facce della dittatura; la faccia più brutale, quella storico-politica, rappresentata dalla ragazza e dalla sua prigionia, dalle candele accese davanti a lei, il lume della ragione da non perdere mai, o forse gli spiriti degli altri ‘desaparaçidos’, o forse il lume della ragione tenuto vivo anche col ricordo di chi è morto ingiustamente, dal suo volto sempre in bilico tra leggerezza giovanile, alienazione, sofferenza,distacco; e poi, l’impatto privato della dittatura, l’oligarchia severa ed intransigente, ovattante e capace di cancellare i sogni, vissuta tra le quattro mura domestiche, così come viene vissuta dall’uomo…Entrambi i protagonisti, isolati dai rispettivi microcosmi, soffrono nella perdita totale di una identità; lei cerca di salvare dentro di se il fervore politico, l’indignazione, le pulsione erotiche, l’ironia, ma quando è abusata e maltrattata, privata della libertà, allora diventa consapevolmente altro da se, tentando di rifugiarsi dietro il peso e la mutevolezza elastica delle parole, della loro capacità evocativa, cosicché ogni singolo termine sia come il tasto di un pianoforte, ognuno con un suono, una nota, un significato, da scegliere a seconda degli stati d’animo e delle situazioni, come un talismano, un acchiappasogni. E d’altar parte l’uomo, nella medesima condizione di privazione della libertà, o meglio di libertà vigilata, così messo all’angolo, strattonato e soffocato nella sua sensibilità dal padre padrone, che gli impedisce di coltivare la passione per la scrittura. Come se non bastasse poi, al primo contatto col mondo esterno, egli viene altrettanto messo in discussione, da divenire come la ragazza altro da se, ma non per autodifesa consapevole, anzi suo malgrado, perdendo così il proprio senso dell’Io. Siamo al punto: dittatura= silenzio-assenzo=tacito consenso= appiattimento= perdita di identità individuale. Cos’altro lega i due protagonisti? Solo il potere liberatorio della parole? l’Argentina? La perdita di libertà e autoconsapevolezza? La dittatura? C’è altro, molto altro che non è bene rivelare qui e ora. Ma una cosa, per dare ancora una spiegazione, la si può svelare: il tango, la danza di due corpi che si corteggiano e si rincorrono nel gioco della carne che vibra sotto una compostezza ed una dignità sempre ad un passo dal vacillare ma che non crolla mai, e tiene sempre la tensione tra libido e grazia; il tango, cifra distintiva di un popolo, del suo folklore, della sua storia, e dunque anche dei suoi drammi, la colonna sonora di una stirpe e delle sue vicende, dei colori di una terra, e del sangue che è stato versato, innocente o colpevole, e che è diventato nel tempo parte della linfa di quella terra; il tango, ragione di passione da riscoprire per ritrovare una identità per lui, tenero ricordo di giovetù, amore e condivisione libera per lei; il tango, luogo d’incontro tra entrambi i protagonisti, tra i loro mondi, che galeotto culla entrambi con le sue note calde e suadenti, che diviene grembo sicuro che spezza il karma della tirannia e del sangue che li perseguita e li eleva in un non luogo e non tempo più puro e mondato di quello da cui entrambi, separati, erano partiti con la loro testimonianza ad inizio spettacolo; il tango come la Grazia, il tango che unisce, che valica i confini del suo più ovvio e noto significato erotico, e si fa simbolo al tempo stesso di un’idea di penetrazione carnale così profonda che più che un ‘espugnazione’ dell’uomo nella donna, più che assedio del piacere, diventa ricerca di un rifugio sicuro, chiusura del cerchio, ritorno al grembo, desiderio di protezione e rinascita, dunque forse di riscatto, di perdono, di poter ricominciare con una identità che nessuno, oltre se stesso, possa plasmare. ‘Tango’ è l’Olocausto che nessuno ha mai raccontato con la giusta risonanza ed attenzione, il ‘fratello minore’ delle stragi di massa, forse perché distillata nel tempo ed attraverso l’omertà, simile a quelle che speriamo il teatro si appresti a raccontare con la medesima forza: la Bosnia, il Cile, il Nicaragua, la Nigeria ed il Corno d’Africa, il Ruanda, il Bangladesh, la Palestina(per cui fortunatamente già si sta facendo, ad esempio il bellissimo ‘Terra di latte e miele’, lungo monologo con Ottavia Piccolo!), e, ultimi solo in ordine di tempo, l’Iraq e l’Afghanisthan. Non c’è pateticità, non c’è statistica politica, non proiezioni di volti e nomi, non effetti illusori, ma solo l’impatto delle cose storiche sul quotidiano e sui sentimenti, di gran lunga il modo migliore di raccontare al pubblico in una chiave per così dire ‘pop’, determinati argomenti e fatti. Negli anni sessanta e settanta i discorsi di questo tipo ruotavano intorno a ‘il sistema corrotto, e gli idealisti romantici’ ‘noi contro il sistema’.Ma oggi sappiamo quanto il male sia insidioso e quanto non ci si possa estraniare dal sistema per combatterlo, anche perché il sistema è ai giusti che dovrebbe appartenere, non si combatte contro il frutto, ma contro chi cerca di farlo marcire, sono loro che vanno isolati, non il frutto che deve stare a disposizione di chi sa e vuole curarlo! Questo vale per ogni forma di tirannia ed ogni tipo di strage; dalla criminalità organizzata, alla corruzione politica, alle dittature, che di per se raccolgono queste ed altre forme di male. Così la portagonista femminile di ‘Tango’, scendendo tra gli spettatori-testimoni di ciò che non può e non deve mai più essere ignorato, ricordando forse i suoi anni da studentessa dissidente, grida quasi pregando ‘Non Mollate, i nostri ideali sono come i vostri! Non mollate siamo stessa faccia, stesso cuore! Stessa Faccia, stesso cuore!…’ Oltre al Comune di Roma ed altri enti, anche Amnesty International ha deciso di patrocinare lo spettacolo per dare eco ancora più autorevole a questo messaggio.
Amnesty si batte da decenni, a cominciare dagli Stati Uniti, per denunciare abusi, torture, brutalità e tirannie nel Mondo: ricordate l’Argentina, ricordate i morti causati in Cile dal generale Augusto Pinochet, quelli di Franco nella Spagna della Seconda Guerra Mondiale, quelli in Russia di Stalin, in Bosnia Erzegovina da Milosevich e dal generale Karazich, in Iraq da Saddham Hussein prima e dagli americani poi, in Nicaragua dai sanguinari Kontras(segretamente finanziati da anni dal governo di Ronald Regan!), i morti per mafia, camorra e andrangheta, i cattolici in Cina privati come i tibetani della libertà di culto, i profughi siriani, i libanesi ed i musulmani palestinesi massacrati e costretti in fuga dalla tracotanza del governo sionista d’Israele, gli irlandesi che hanno subito la repressione britannica o dei loro stessi conterranei solo perché cattolici, i nordafricani schiacciati da dittature militari corrotte sostenute e foraggiate da persone che oggi continuano a sedere al tavolo delle Nazioni Unite e che sono tra i principali acquirenti di armi al Mondo, i bambini portati via dalle famiglie e costretti a lavorare nelle fabbriche, o messi con un fucile in braccio e mandati avanti tra mine e trincee dai signori della guerra africani, i prigionieri politici torturati a Abu Grahib in Iraq e a Quantanamo. Non ci sono stati purtoppo soltanto i morti e le vittime del nazi-facsismo. Non dimenticate, e continuate a denunciare, a discutere, e che il mondo dell’arte e della letteratura continuino a segnalare, prima che si arrivi a pensare che tutto ciò è accaduto a qualcun’altro, e che noi oggi siamo più consapevoli ed attenti…la libertà costa sempre, abbassare la guardia costa. Perciò, NON MOLLATE, SIAMO STESSA FACCIA, STESSO CUORE, NON MOLLATE!
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Marzo 11, 2007 alle 10:46 am |
Peccato non aver visto lo spettacolo!
Spero di recuperarlo, prima o poi…
Intanto, ti ho inserito nel nuovo articolo pubblicato nel blog: credo sia il modo migliore per divulgare anche il tuo spazio.
Buona scrittura!
Marzo 11, 2007 alle 12:01 pm |
Grazie Francesco.Spero che in seguito avremo ancora modo di sostenerci e di fare dei rispettivi spazi luoghi di confronto collettivo e ‘contenitori’ per porre determinate questioni sul piatto.Buona scrittura anche a te,Keep it real.