Marzo 4, 2007

Una canzone che si riscrive di continuo:era il 1983, e l’Irlanda del Nord era ancora insanguinata dal conflitto tra cattolici e protestanti, separatisti che protestavano contro la presenza militare britannica, ed unionisti, o meglio orangisti.Due anni prima, nel 1981, Bobby Sands si era lasciato morire nelle carceri inglesi di fame per protesta( non violenta),e da allora si formò il movimento Sandinista(titolo anche di un celebre disco molto politico dei Clash, alfieri britannici del punk dal risvolto più palesemente impegnato). La storia relativamente recente di un conflitto che ha radici antiche; l’Irlanda, terra di favole, miti pagani e tribali, spiagge e coste frastagliate e antiche tradizioni, quelle dei celti, che poi nel medioevo si sono incrociate e fuse col cattolicesimo.Una storia di guerre, rivoluzioni, e massacri che cominciò con il re inglese(dunque protestante) Guglielmo I D’Orange e la sua(sanguinosa) campagna di colonizzazione dell’Irlanda, che da allora è divisa in due parti nette, con il Nord(capitale Belfast) formato da una serie di contee(come Derry o Tyron) in cui ogni cosa, la birra preferita, gli scacchi, la squadra di calcio del cuore, così come la professione di fede, è un simbolo, una dichiarazione di schieramento.Una storia, quella dell’Irlanda, che ha a che fare con i moti indipendentisti ed anticolonialisti sorti, dopo anni di carestie, conflitti e fame, in tutta Europa nel 1848, ispirati ai principi illuministi della Rivoluzione Francese, e sfociati incontrollabilmente in una serie di brutali guerre civili: come conseguenze immediate, oltre ad esecuzioni ed arresti, si ebbero masse in fuga, tra civili e rivoluzionari, oltre Oceano, sfidando malattie ed ore di traversata, per andare in America, portando con se la Bibbia, la Fede, il desiderio di riscatto e libertà, ed un profondo senso di dolore, dando così vita al primo retroterra culturtale che ha creato il folklore statunitense, ed in questo nessun popolo ha dato più dell’Irlanda(i Kennedy sono considerati la Famiglia Reale Irlandese!). Una idea, una fede, uno stile di vita che, per far prevalere il proprio punto di vista, mette avanti ad ogni cosa le armi, deprezzando il valore della vita,e, peggio, usando il vessilo della Fede.E’ così dalle crociate, dalla scoperta dell’America ed i massacri degli indiani e dei pellerossa, era così al tempo dell’Imperialismo militare Britannico(Indie, Australia,Irlanda), e così oggi con le nuove ‘terre dell’oro(nero)’, il Medio-Oriente, l’Africa. Era il 1983, e gli Irlandesi(del sud) U2 intonavano con la rabbia dell’indigniazione la loro ‘Sunday Bloody Sunday’, annunciata nel testo dalle parole ‘Non posso credere alle notizie che leggo oggi, non posso chiudere gli occhi e mandarle via.Per quanto dovremo cantare questa canzone?! Per quanto!?’.Così gli U2 davano voce all’esasperazione di una generazione stanca di settarismi e conflitti,e davano voce anche alla loro personale presa di consapevolezza della storia e dei drammi del loro paese, un lungo viaggio culturale a ritroso che per loro è passato attraverso l’America, le sue comunità di immigrati(non solo irlandesi) e le storie di massacri e repressioni che all’Irlanda l’hanno poi accomunata. Sunday Bloody Sunday era una canzone di pace intonata come un grido marziale di battaglia, una inno che ha avuto un notevole impatto ‘pop’ diventando un fenomeno di costume, e dimostrando, in un’era di cinismo come gli anni ‘80, il valore dell’arte come catalizzatore sociale.Quella canzone è stata così fissata come testimonianza musicale della storia di un Paese, della cui cultura è ormai parte.Ma estrapolata dal contesto, andando oltre la genesi che l’ha partorita, una canzone ha un significato ben più universale, perché universale è, come ebbe a dire il filosofo Benedetto Croce, il ripetersi degli eventi nella storia. Oggi un ennesimo attacco degli indipendentisti iracheni contro la presenza militare americana, altro triste episodio di quel pantano militare, politico e strategico che è il medio-Oriente in cui si è(e ci ha) cacciato Bush, ed in Afghanisthan la situazione è identica, solo che, sgonfiata la bolla mediatica del dopo 11 settembre, se ne parla meno. In un clima teso in cui la prima superpotenza mondiale è ancora intenta a ripetere la scena del ‘Dottor Stranamore’ di Kubric in cui si vede Peter Sellers delirante nel cielo in sella ad un missile bombardiere, i morti tra i giovani soldati(che con la carriera militare speravano in un avvenire migliore per se stessi e la famiglia) sono pari ad un olocausto, lo stesso, del resto, che gli Anglo-Americani(gli stessi che c’hanno liberati dal fascismo?) hanno causato al Medio-Oriente, e in un momento in cui questi stessi paesi martoriati muoiono di fame e di malattia, e si continua a spendere per armi che li uccidono mentre gli stessi soldi potrebbero diventare cibo e farmaci, mentre accade tutto questo noi, con un governo che non si sa più cos’abbia di sinistra, continuiamo ad asservirci a loro allargando una base NATO…L’America è un grande e variegato paese, ma questa gente che agisce in nome della ‘democrazia’ non rappresenta tutti gli USA, lo sappiamo tutti, e non è di queste persone che l’America ha bisogno, e tanto meno ne abbiamo bisogno noi. ‘Per quanto dovremo cantare questa canzone!? Per Quanto!?’.


Marzo 4, 2007

Una valida alternativa al polpettone sanremese? una pasticca di prozac, la compagnia degli amici, uno spettacolo degno di essere chiamato tale…o entrambe le cose!(ovviamente mi riferisco alle ultime due, non al prozac). Ieri, serata di finale nella capitale dei fiori(e delle nature morte, a buon intenditor…) la compagnia era quella giusta…e pure lo spettacolo! Stò parlando della geniale rappresentazione de ‘La Casa Di Bernarda Alba’ di Garçia Lorca, andato in scena(ora è andato via, peccato!) al Teatro Nuovo di Napoli(dove noi, come Palconauti, abbiamo avuto il privilegio di portare ‘Shoah-L’odore di un ricordo’ neanche due mesi fa) , luogo perfetto per rappresentazioni come questa, che qualcuno di mia conoscenza definirebbe ‘Latelliana’; e a giusto titolo direi. La storia, già di per se molto forte, racconta del rapporto sotteraneamente astioso tra un gruppo di sorelle e la loro madre-padrona, Bernarda, la quale, morto il marito, assume le redini della famiglia, che si trasforma in un luogo claustrofobico dominato dall’autarchia materna, dal bigottismo cattolico(tanto forte in Spagna, ambientazione originale dello spettacolo, quanto nell’entroterra meridionale italiano, come quello campano, dove viene riambientato questa volta) dall’ipocrisia e dai desideri repressi delle varie figlie, che, partendo dal pretesto del matrimonio combinato della più ‘anziana’ di loro,Angustia, con il bel giovane del paese Pepé il Romano, sfocia in una vera e propria faida interna dalle sanguinose conseguenze. Geniale, davvero geniale, l’allestimento, essenziale, fatto di componenti mobili che vengono cambiati durante la rappresentazioni dalle attrici stesse; un mix che riproduce interni ed esterni della casa, chiaramente una masseria rurale, ed un sapiente uso di luci, proiettate sulle protagoniste e su di un pannello bianco usato come fondale, che, con le sinuose movenze delle interpreti, leggiadre come la loro voglia d’amore e poesia, o feroci come il loro astio ed il loro fuoco represso, creano incredibili suggestioni a metà tra la tragedia greca, il habuki giapponese,e, per collegarsi meglio all’ambientazione ‘meridionale’, la taranta. Poesia e ferocia di questo ‘Piccole Donne Versione Noir’ vengono ulteriormente risaltate dalla presenza di coriste, che tra tammorre e canti a cappella, diventano la rappresentazione dell’interiorità di queste donne, della collisione tra il ruolo che loro impone una società matriarcale in casa e maschilista fuori e la loro pura essenza di donne.  A volte sembrano spiriti fatati, come quelli delle antiche ‘tales’ folkloristiche che a suo tempo avevano infiammato l’immaginazione di Shakespear. Gelosie, amori, convenzioni e sangue, una violenta favola di dura verità, simile forse, almeno in parte, a ciò che molti paesi culturalmente fermi al XIXsimo secolo vivono ancora nel quotidiano. Attrici e coriste tutte, perfettamente in parte (anche se proprio da Bernarda, la bravissima Cristina Donaddio, ci si aspettava più incisività) e tutte simbolo di una femminilità, così come da sempre è raffigurata nella taranta, resa brutale ed aggressiva dalla cultura repressiva del maschio, da cui deve così difendersi, eppure ancora capace di sognare e bruciare di passione; rose profumate piene di spine.E poi, ultima grande idea, quella di rappresentare le malelingue, le maldicenze dei paesi, e dunque l’ipocrisia di una società nata all’ombra delle mortificazioni fasulle del cattolicesimo, con un insieme ‘audiovisivo’ di maschere di cartone affossate nel terreno(vera terra!) sul proscenio, ed un continuo e rumoroso accavallarsi(preregistrato ovviamente) di voci che civettano e sembrano sempre complottare, e così ben calate nell’idea del ‘parlare alle spalle’ da risultare ben più forti e corrosive delle scene di scontro e violenza fisica(che per la verità avrebbero potuto essere un pò più veritiere; a volte il teatro è finzione, altre volte infrange le sue stesse regole e diventa così fisico da rasentare l’offesa verso lo spettatore, e forse lì sarebbe stato il caso di infrangere le regole!). Nell’insieme, da non perdere!